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Commento al Vangelo 12 maggio 2019 – IV° PASQUA

Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute“. Giovanni 10,28

 

Il Padre e Gesù custodiscono il gregge

IV DOMENICA DI PASQUA

 

Atti 13, 14.43-52

Salmo 99

Apocalisse 7, 9.14b-17

Giovanni 10, 27-30

 

IL VANGELO

 ([22]Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d’inverno. [23]Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. [24]Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: “Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”. [25]Gesù rispose loro: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; [26]ma voi non credete, perché non siete mie pecore.)[1] [27]Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. [28]Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. [29]Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. [30]Io e il Padre siamo una cosa sola”.

 

Contesto. Nella quarta domenica di pasqua tradizionalmente campeggia la figura di Gesù Cristo pastore buono delle pecore. Nel vangelo di Giovanni l’immagine ricorre due volte nello stesso capitolo, però con contesti diversi. In Gv 10, 1-21 Gesù, dopo aver partecipato a Gerusalemme alla festa dei Tabernacoli, dialogando con i suoi avversari, si presenta ovile e pastore delle pecore. L’icona di Gesù pastore buono ritorna anche in Gv 10, 26-30. Qui Gesù è a Gerusalemme nel Tempio, in occasione della festa annuale della dedicazione. La festa, chiamata in ebraico hanukkàh, ricorre in inverno e ricorda la vittoria dei Maccabei e la riconsacrazione dell’altare e del Tempio che erano stati profanati dai dominatori stranieri. In quella occasione, mentre Gesù passeggiava sotto il portico di Salomone, sorse un dibattito con i giudei che volevano da lui una chiarificazione sulla sua identità: “se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente“. Nella risposta data egli riprende la figura del pastore, precedentemente illustrata, e che ora approfondiremo nel suo contenuto.

 

Contenuto. Abbiamo riportato il passo evangelico dal v. 22, mentre il testo  liturgico inizia dal v. 27. Occorre sottolineare il v.26 che risulta di notevole importanza per cogliere le ragioni delle parole di Gesù ed il loro significato: “ma voi non credete, perché non siete mie pecore“. Gesù sottolinea che i suoi interlocutori non hanno alcun rapporto con lui e quindi la fede è assente in loro. Essi infatti non avevano riconosciuto in lui il pastore, con tutte le implicanze messianiche che ciò comportava, per questo non ascoltavano la sua voce. Le pecore vere invece ascoltano la voce di Gesù, costruiscono con lui una relazione interpersonale di conoscenza significativa e seguono decisamente il pastore. È evidente che qui il gregge sta per la comunità di Gesù, la comunità dei suoi discepoli che dopo la sua morte e resurrezione si sviluppò nella prima comunità cristiana. Per i componenti della comunità, Gesù ha dato la sua vita e con tale dono li rende partecipi della vita eterna, della vita trinitaria, fin dall’ora presente. Poiché egli è il pastore buono e non un mercenario, vigilerà affinché le pecore non vadano perdute e nessuno possa strapparle dalla sua mano. A questo punto il discorso di Gesù si collega al Padre. Egli “è più grande di tutti“, quindi anche di Gesù stesso, ed è stato lui a consegnare al Figlio il gregge. Nessuno quindi potrà rapire le pecore dalla mano del Padre, perché il suo amore copre i credenti come scudo di protezione. Il ministero di Gesù diventa espressione dell’interesse e dell’amore del Padre verso la comunità cristiana. Il brano si chiude con l’affermazione solenne: “Io e il Padre siamo una cosa sola“.

 

Conclusione. Le parole di Gesù chiariscono che la fede del cristiano consiste nel creare un intenso rapporto interpersonale con lui, ascoltando le sue parole e seguendolo decisamente. Egli delinea anche il suo rapporto col Padre. La profonda unità esistente tra il Padre e Gesù è all’origine del suo ministero, è la fonte della vita trinitaria concessa ai credenti ed è la forza che impedisce di essere strappati al Padre a al Figlio.

 

COLLEGAMENTO FRA LE LETTURE

Il tema che percorre le tre letture è la pastoralità che scaturisce dalla risurrezione del Signore. Esso assume due aspetti. Il primo è la figura del pastore. Negli Atti Paolo e Barnaba sono gli annunciatori posti come luce delle genti, per portare la salvezza agli estremi confini del mondo. Nell’Apocalisse l’Agnello pastore è capace di guidare alle fonti dell’acqua della vita, perché è stato immolato. Gesù, nel vangelo, è presentato buon pastore perché custodisce le pecore che il Padre gli ha dato. Il secondo aspetto è la vita eterna come frutto di ogni pastoralità compiuta. Gesù dona la vita eterna alle pecore che ascoltano la sua voce e lo seguono, perché già donate a lui dal Padre. Destinati alla vita eterna, dice Atti, sono coloro che attraverso il ministero degli evangelizzatori, si aprono alla parola di Dio e abbracciano la fede. La vita eterna, nella sua dimensione escatologica, è già vissuta concretamente nella storia attraverso il passaggio faticoso per la grande tribolazione, lavando le vesti nel sangue dell’Agnello. Questa fedeltà del credente permette di essere inserito nel dialogo tra le persone divine.

 

PER ATTUALIZZARE

–     Si è invitati a verificare la propria fede e le ragioni che stanno alla base di essa.

–     La vita della Trinità è concessa da Gesù ai suoi discepoli. Siamo consapevoli di questo obiettivo a cui tutti siamo chiamati fin da ora?

–     Le attività pastorali delle nostre comunità a che cosa mirano? Ogni servizio pastorale tende a portare la salvezza e la vita eterna a tutti gli uomini.

 

PER APPROFONDIRE

CdA nn. 348-349: Partecipi della vita trinitaria; nn. 511-525: Il ministero dei pastori

[1] In neretto il brano del testo liturgico.