Notiziario Parrocchiale 24 febbraio 2019 – VII° dom. T.O.
24 Febbraio 2019
Notiziario Parrocchiale 03 marzo 2019 – VIII° dom. T.O.
2 Marzo 2019

Commento al Vangelo 03 marzo 2019 – VIII° dom. T.O.

L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore” Lc 6,45

 

 

Per dare buoni frutti

VIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

 

Siracide 27, 4-7

Salmo 91

1 Corinzi 15, 54-58

Luca 6, 39-45

 

IL VANGELO

[39]Disse loro anche una parabola: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? [40]Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro. [41]Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? [42]Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

[43]Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, nè albero cattivo che faccia frutti buoni. [44]Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, nè si vendemmia uva da un rovo. [45]L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore.

 

Contesto. Il brano odierno fa parte del discorso detto della pianura: Lc 6,20 – 49

Rispetto a Matteo, l’evangelista Luca fa una proposta molto concisa ed incisiva. Siamo nella parte parabolica del discorso e la liturgia in questa domenica ne propone la prima parte.

 

Contenuto Il testo di Luca raccoglie alcune sentenze pronunciate da Gesù per i discepoli e forse in polemica con gli avversari, un contesto generale di carattere parabolico. L’inizio infatti rimanda a tale sfondo: “Gesù disse ai suoi discepoli una parabola”.

Seguono poi le cinque sentenze. La prima (v. 39) è un inizio rivolto ai discepoli a non essere ciechi: “Può forse un cieco guidare un altro cieco?”. Ciechi sono coloro che non seguono gli insegnamenti di Gesù e di conseguenza la volontà di Dio. Nella comunità di Gesù tutti ricevono compiti educativi alla fede e responsabilità di guidare altri nel cammino cristiano (figli, amici, parenti, ecc.). Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità nella fedeltà prima di tutto e nel non delegare ad altri il compito di guida. La seconda sentenza riguarda il discepolo ed il maestro. Essa completa la riflessione iniziata nella prima. Il discepolo deve essere consapevole di dipendere sempre dall’unico maestro Gesù Cristo. Ogni attività svolta dal discepolo è sempre nel nome di Cristo Signore. Questo però non autorizza nessuno a sentirsi indegno o impreparato, perché chi segue il maestro e mette in pratica quanto lui insegna, continua a svolgere la sua stessa missione: “il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro”. Il terzo detto parabolico è sulla scheggia e sulla trave nell’occhio: “perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo?”. Anche in questo caso, probabilmente in polemica col comportamento dei suoi avversari connazionali, invita i discepoli a non giudicare le persone secondo le categorie umane, ma a rifarsi continuamente alla misericordia di Dio. La correzione fraterna è utile ed importante, ma solo se esprime la misericordia di Dio e porta ad incontrare il suo amore. Segue il paragone dell’albero buono e di quello cattivo. Essi sono dichiarati tali a secondo dei loro frutti: “Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni”. Nell’ultima sentenza l’immagine dell’albero è applicata all’uomo. Anche l’uomo buono produce risultati buoni ed il cattivo frutti di malvagità. La bontà o la malvagità della che la persona rivela nei suoi comportamenti esteriori, dipende dalla interiorità, cioè dai valori fondamentali che ha posto a base della sua esistenza. Questa è la roccia sulla quale i discepoli sono invitati a costruire la casa della loro vita a cui fa riferimento la parabola finale non riportata nel testo liturgico (6,47 – 49)

 

Conclusione. Il discepolo, che segue Gesù Cristo, non può accettare di omologarsi sui comportamenti e sugli insegnamenti frutto della saggezza umana. Egli deve modellare la propria vita sulle parole dette da Gesù, per essere guida autorevole, per essere segno dell’amore misericordioso di Dio e per dare frutti buoni. In quanto radicato profondamente sugli insegnamenti del Maestro, il discepolo è l’uomo saggio ben radicato sulla roccia.

 

COLLEGAMENTO FRA LE LETTURE

La coerenza tra scelta di fede e comportamento pratico del credente è il temo che unisce le letture. Il libro del Siracide afferma con autorevolezza che la modalità con cui l’uomo parla è la sua prova di vita. “La parola rivela il sentimento dell’uomo”, dice la prima lettura, in quanto attraverso la parola la persona rivela quello che è ed i valori che possiede. Anche il testo del Vangelo è in questa linea: “l’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla della pienezza del cuore.” Di fronte a questo impegno il cristiano può scoraggiarsi perché riflettendo “gli appaiono i suoi difetti” e si rende conto delle proprie incoerenze. A questo punto diventa parte e carico di speranze il messaggio di Paolo ai Corinzi: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è o morte la tua vittoria? Dov’è o morte il tuo pungiglione?”. Gesù Cristo, vincendo la morte, vince anche i nostri limiti, le nostre incoerenze ed i nostri difetti. Veramente è da credere che prima o poi la coerenza tra fede e vita si realizza in noi e nella comunità per la potenza del Signore morto e risorto. A noi resta nel frattempo da prendere sul serio il monito paolino: “rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’’pera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore””

 

PER ATTUALIZZARE

  • Chiediamoci su quali fondamenti costruiamo realmente la nostra vita e quantitativamente quanto spazio dedichiamo a Gesù Cristo e alla sua parola.
  • In che modo ci poniamo il problema del rapporto fede e vita? Le nostre comunità sono sensibili su questo tema? In quali vocazioni?
  • Pur consapevoli dei nostri limiti restiamo fedeli ai nostri impegni di fede, perché crediamo che anche noi partecipiamo alla vittoria di Cristo, eppure facilmente preferiamo tirarci indietro sottraendoci alle nostre responsabilità di credenti?

 

PER APPROFONDIRE

CdA n. 93: La risposta della fede è un’esperienza nuova.